A difesa del Rojava, contro l’aggressione turca. A fianco della prima rivoluzione del XXI secolo

di Rino Malinconico
 
1) Fin da subito dobbiamo mettere in campo ogni iniziativa possibile contro l’aggressione turca alla comunità democratica del Rojava. La straordinaria società rivoluzionaria che si sta costruendo nel nord della Siria ha purtroppo poco da sperare dall’ONU e dalle potenze grandi e piccole che hanno fatto del Vicino Oriente la polveriera del mondo. Sulla carta la disparità di forze appare gigantesca, ma i combattenti kurdi lo hanno detto con chiarezza: resisteranno. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dovranno ancora una volta affidarsi al proprio coraggio e alla propria determinazione, poiché la comunità internazionale non sembra intenzionata ad andare oltre i comunicati e le parole di condanna.
Il punto è che sotto attacco non sono i kurdi in quanto tali, ma proprio il processo politico e sociale del confederalismo democratico che essi stanno creando assieme a tutti i popoli della regione. Quell’esempio può essere davvero contagioso poiché declina, in strettissimo intreccio, il valore fondamentale della pace e la cooperazione paritaria sul piano internazionale, la pratica dell’uguaglianza reale tra le persone e la equità sociale a fondamento delle relazioni economiche, la democrazia partecipata sul piano delle dinamiche istituzionali e la salvaguardia assoluta dell’ambiente, il recupero critico delle culture e la piena libertà di orientamento di vita per tutte e tutti. Dà speranza, insomma, non solo a chi vive in quell’area del mondo, ma a tutti gli esseri umani che abitano il nostro pianeta. Il Rojava e la battaglia pluridecennale dei kurdi ci parlano con l’evidenza dei fatti della reale possibilità di arrivare alla libertà di ciascuno, all’uguaglianza fra gli esseri umani e alle relazioni di fratellanza tra le persone. Si tratta di una rivoluzione, per l’appunto. Ed è soprattutto questo che fa paura a chi – in quel contesto geopolitico, ma non solo – difende il mondo così com’è, coi suoi squilibri, il suo degrado, la sua barbarie.
L’aggressione che si sta avviando, oltre a rappresentare un ulteriore episodio, particolarmente grave, della “quarta guerra mondiale a pezzi” che da due decenni sta insanguinando il nostro pianeta col concorso attivo di tutte le potenze, tende perciò a configurarsi soprattutto come una brutale operazione di repressione internazionale delle prospettive di trasformazione pienamente democratica del mondo. Il regime similfascista della Turchia farebbe il “lavoro sporco” che molti altri governi, amici e nemici della Turchia, vorrebbero fosse fatto.
 
2) Ma se stavolta l’attacco non è solo a un popolo ma a una rivoluzione, alla prima grande rivoluzione del XXI secolo, ad essere chiamati immediatamente in causa siamo tutti noi; tutti coloro, cioè, che non si rassegnano agli attuali assetti sociali e vorrebbero, invece, una società umana costituita da persone libere e cooperative tra loro, che si lasci storicamente alle spalle la logica perversa della disuguaglianza, della sopraffazione, dell’imbarbarimento delle regole di convivenza e della distruzione degli habitat naturali. La mobilitazione che dovremo avviare dovrà esplicitare, nel modo opportuno, questo aspetto decisivo.
Dentro le bandiere della pace, nella richiesta alla comunità internazionale di bloccare l’aggressione turca, nella pressione di piazza che qui in Italia dovremo costruire per la immediata rottura delle relazioni diplomatiche tra il nostro Paese e Ankara e per la contestuale sospensione di tutti gli accordi economici in corso; dentro, cioè, una azione che rivendichi con forza il diritto all’esistenza del popolo kurdo e delle istituzioni che liberamente si è dato, dovremo immettere, senza contrapposizioni astratte o addirittura controproducenti, anche elementi di conoscenza di ciò che concretamente si sta realizzando in quella parte del mondo.
In poche parole, dovremo essere attivi promotori di comitati e iniziative ampie, che coinvolgano persone e soggettività organizzate anzitutto sull’obiettivo immediato della pace e per il riconoscimento internazionale della comunità confederale e democratica del Rojava. E dobbiamo farlo con parole d’ordine che non siano sterili steccati ideologici. Parallelamente, però, dobbiamo far conoscere i concreti contenuti sociali e politici di quella rivoluzione: proprio perché il Rojava e il confederalismo democratico parlano del tempo che tutti viviamo.
 
3) Va sottolineata la straordinaria storia, pratica e teoretica, del confederalismo democratico, sostenuto dai popoli martoriati del Kurdistan ed impostosi alfine in Rojava, nel fuoco di sanguinosi combattimenti incrociati contro le potenze militari dell’area, soprattutto la Turchia, e contro il fascismo dell’ISIS, variamente sostenuto ed alimentato per anni da alcune delle maggiori potenze occidentali. L’aspetto che più va messo in evidenza è che il confederalismo democratico non è semplicemente “la rivoluzione dei curdi”, ma è una rivoluzione di valore generale. In uno dei contesti più drammatici della storia contemporanea è germogliato l’ideale realistico della convivenza umana incentrata sulla prospettiva della orizzontalità della politica e sulla equità dei rapporti sociali, così come teorizzato da Abdullah Ocalan nella prigione di Imrali, dove è crudelmente detenuto da vent’anni. I voluminosi saggi che con tanta difficoltà egli ha scritto nel suo isolamento assoluto, e che con altrettanta difficoltà sono usciti dal carcere e pubblicati in tutto il mondo, costituiscono il punto di riferimento esplicito di questa modernissima rivoluzione.
Nel Convegno internazionale su “Democratic confederalism, municipalism and Global Democracy”, tenutosi proprio in Italia il 4, 5 e 6 ottobre scorsi, il valore universale dell’esperienza delle comunità curde è risultato fin troppo evidente a chiunque si sia anche soltanto affacciato al Teatro Palladium di Roma. Le oltre seicento persone che stabilmente hanno riempito la sala erano ovviamente in gran parte italiani, ma tanti sono venuti dai quattro angoli del mondo: dalla Turchia al Sudafrica, dal Chiapas alle Filippine, dalla Colombia alla Gran Bretagna, dall’India alla Spagna, dagli USA al Brasile…
E poi ben 40 relazioni che hanno toccato i tutti gli argomenti di fondo su cosa possa davvero significare “un altro mondo possibile” all’insegna del recupero ambientale e delle pratiche cooperative, e all’insegna soprattutto della partecipazione e dell’autogoverno. All’insegna anche di un messaggio di pace, senza vinti né vincitori, lanciato in particolare per lo scenario devastato del Vicino Oriente, ma che vale a tutte le latitudini del nostro pianeta.
In effetti, il Convegno internazionale di Roma ci ha plasticamente consegnato un’idea complessa di trasformazione, sorretta concretamente dalle tre principali spinte storiche del nostro tempo: a) il nuovo protagonismo dei popoli del Sud del mondo, con la difficile ricerca di una via che coniughi lo sviluppo economico e l’umanizzazione dei rapporti sociali, e con la lettura positiva, nell’ambito di più eque relazioni internazionali, delle stesse dinamiche di migrazione e integrazione che segneranno per decenni il nostro pianeta; b) il movimento delle donne, che non solo rivendicano diritti formalmente uguali per “l’altra metà del cielo” (diritti che pure è necessario rivendicare perché in molte aree del mondo neppure sono rispettati), ma propone soprattutto una nuova e più piena autocostruzione della dimensione umana in quanto tale, che valga per tutti, maschi e femmine; c) il movimento ambientale, che nell’impegno contro i cambiamenti climatici e contro le pratiche di produzione devastatrici, generate in modo accelerato dal capitalismo degli ultimi decenni, allude ad una modifica generalizzata degli stili di vita, in direzione di una maggiore moralità e sobrietà d’esistenza.
 
4) Popoli che costruiscono comunità partecipative; donne che indicano all’intera umanità un altro modo di essere; gioventù in marcia per difendere, assieme al pianeta, la stessa vita umana: tutto ciò trova oggi, nell’esperienza del Rojava, il punto più alto di concretizzazione pratica. Può sembrare paradossale, ma non lo è. In una zona completamente devastata dalla guerra, ripartire con pratiche di amicizia con la natura e nuove relazioni paritarie cooperative tra i sessi e tra gli esseri umani in genere, è forse più possibile che altrove. Diventa possibile soprattutto se tali pratiche si collegano a una coscienza storicamente matura della rivoluzione, che si incentra sull’autogoverno e sulla dismissione della “politica verticale”. Che si collega esplicitamente alla critica del capitalismo e recupera con contenuti innovativi tutto il meglio della tradizione comunista, socialista e libertaria che ha caratterizzato il Novecento. È una idea di rivoluzione che utilizza a ragion veduta un pensatore imprescindibile come Marx, tenendolo come necessario punto fermo. Senza però farne un “santino”.
D’altronde, la rivoluzione del confederalismo democratico ha dentro di sé il pensiero forte di Ocalan, che insiste particolarmente proprio sull’andare oltre la politica come “parola del leader”. C’è, in questo modo di pensare, una assonanza straordinaria sia con l’esperienza degli zapatisti, i quali col passamontagna criticavano esattamente l’idea dell’individuo-guida, e sia col movimento dei movimenti, che scandivano con forza “non in mio nome”. L’ideale, cioè, è quello della partecipazione orizzontale, in prima persona, col primato delle agorà sulle strutture. Non a caso la scelta dei due portavoce, un uomo e una donna, nei punti apicali delle municipalità. Così come c’è obiettiva assonanza con i più innovativi passaggi delle pratiche rivoluzionarie in Occidente, segnatamente con la temperie del Sessantotto e la sua messa in discussione degli stili di vita e la proposta della “rivoluzione del vivere quotidiano”. Chi legge Ocalan, non può che registrare la obiettiva affinità delle cose che propone con quanto hanno scritto taluni grandi pensatori marxisti, come Ernst Bloch e Agnes Heller, proprio negli anni ‘60 e ‘70 del XX secolo.
Ovviamente la figura di Ocalan resta un riferimento fondamentale. Ma il fatto che egli rimanga icona attiva per la pratica rivoluzionaria del confederalismo democratico non contraddice affatto l’attenzione di questa rivoluzione a criticare le forme della politica tradizionale, e dunque anche il separatismo delle pratiche operative, concettuali e linguistiche che essa porta con sé.
 
5) Dentro la solidarietà con la resistenza kurda, occorre far vivere – come in parte si è fatto in questi anni, ma con più costanza e intensità – la questione della liberazione di Ocalan. Abdullah Ocalan è una figura per molti versi simile a quella di Nelson Mandela. Come non poteva esserci pacificazione nella vicenda sudafricana senza la soluzione del caso Mandela, analogamente nel Vicino Oriente non sarà possibile nessuna soluzione se il regime turco non si decide a liberare il prigioniero più prigioniero del nostro tempo. Lo ha detto bene nel convegno di Roma Sonny Maipala, il segretario del Partito Comunista del Sudafrica, proponendo un parallelo tra queste due grandi figure storiche: è impensabile una uscita positiva dai molti disastri del Vicino Oriente senza la presenza attiva del presidente riconosciuto dei kurdi, un popolo di quasi 40 milioni di persone.
La campagna internazionale per la liberazione di Ocalan è in corso anche nel nostro paese e ha visto già alcuni passaggi significativi, con la cittadinanza onoraria ad Abdullah Ocalan da parte di diverse città grandi e piccole. Ma è ancora poco. Simon Dubbins, che a Roma è intervenuto a nome dell’UNITE, il più rilevante sindacato inglese, che conta milioni di iscritti, ha chiesto giustamente perché in altri paesi d’Europa non si fa quello che stanno facendo in Inghilterra. Le Unions, infatti, hanno posto la liberazione di Ocalan tra i punti più significativi della loro posizione sulle vicende internazionali, con ordini del giorno specificamente approvati dai loro congressi e con un continuo lavoro di informazione e mobilitazione dell’opinione pubblica. D’altronde, la liberazione di Ocalan è un obiettivo che accomuna tutti i movimenti progressisti e rivoluzionari, come hanno rimarcato nello stesso convegno di Roma gli oratori venuti dalla Colombia, dal Chiapas, dall’India, dalle Filippine…
E tuttavia Ocalan non è soltanto, e neppure principalmente, “il caso Ocalan”, e cioè la vicenda di un prigioniero in regime di isolamento assoluto, sempre più al centro di centinaia di appelli di giuristi, associazioni e cittadini in tutto il mondo. Egli si sta rivelando, invece, come un autore fondamentale, straordinariamente innovativo della tradizione del marxismo teoretico. I suoi libri sono ormai numerosi, anche se tradotti non sempre felicemente nelle lingue occidentali. Basta sfogliarli per rendersi conto della densità teoretica che contengono. In Italia abbiamo l’esperienza di Gramsci e dei suoi “Quaderni dal carcere” e sappiamo cosa hanno significato, non solo per lo sviluppo del pensiero marxista, ma proprio per la cultura in genere. Qualcosa di analogo sta avvenendo oggi con Ocalan, con le sue vaste riflessioni nate nel chiuso di quella cella.
Dunque, quando difenderemo il Rojava nelle piazze, dobbiamo essere consapevoli che stiamo difendendo anche una grande idea di rivoluzione. La prima rivoluzione del XXI secolo.