Contro il rovescismo da comuniste/i senza nostalgie

di Imma Barbarossa
Ho sottoscritto con convinzione l’appello meritoriamente proposto da Transform «Per il rispetto della memoria e della storia» (primo firmatario Guido Liguori), che verrà discusso in una iniziativa nazionale a Roma – la prossima settimana -, in riferimento alla vergognosa risoluzione del Parlamento europeo sulla equiparazione tra nazismo e comunismo (mi si perdoni la semplificazione), con la ancora più vergognosa adesione da parte dei socialisti e democratici europei, italiani compresi.
Vorrei tuttavia aggiungere qualche riflessione.
Posto che sarebbe sbagliata, io credo, qualsiasi impostazione nostalgica o, peggio, giustificazionista dello stalinismo, del tipo «il fine giustificava i mezzi», giacché i cattivi mezzi deturpano anche un ottimo fine (vedi Hannah Arendt), mi preme ricordare che i comunisti e le comuniste italiani da molto tempo hanno scelto di fare i conti con la loro storia, di analizzare criticamente non solo i ‘crimini’ ma anche i nodi teorici del cosiddetto ‘socialismo reale’, sottesi a quei crimini.
Fin da Antonio Gramsci (è nota la critica di “statolatria” rivolta al Partito comunista dell’Unione sovietica nel 1926), a Enrico Berlinguer e a Pietro Ingrao, ognuno a suo modo, ai fondatori e alle fondatrici del Manifesto.
Ma tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio grandi movimenti teorici e politici si sono appassionati a riposizionare il movimento comunista come movimento contro lo stato di cose presente: il movimento femminista e il movimento pacifista, soprattutto con la critica dello sviluppismo e le riflessioni sulla non violenza,che tanto ci impegnarono – queste ultime – nel movimento altermondialista (Come cambiare il mondo senza prendere il potere),comprese le riflessioni di Marcos (Il fuoco e la parola) e di Ocalan rinchiuso nelle carceri turche.
Ma soprattutto, secondo la mia esperienza, il movimento femminista si è diffuso nella critica del patriarcato (individuale e collettivo, sociale e bellicista) presente anche nel movimento comunista internazionale. La critica delle appartenenze per molte di noi non si riferiva solo alla famiglia e al dominio maschile, ma anche alla struttura profonda del potere maschile e persino al conformismo presente anche nel movimento operaio e comunista (Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi).
La critica l’abbiamo fatta da comuniste, con passione e lucidità, anche spietata, ma senza mai smettere di misurarci con un pensiero, quello marxista, che ha individuato nel capitalismo (e nei suoi derivati) una causa potente dell’oppressione delle condizioni di vita di donne e uomini e del tentativo di rendere insignificanti le loro soggettività, oggi anche dei migranti.
Questo è un anno pieno di anniversari.
Nella ricorrenza dei trenta anni dalla caduta del Muro, una riflessione potremmo farla: quell’evento non aprì il regno della libertà, ma i capitalisti dell’ovest cominciarono a «mettere pancia verso est» (Fabrizio de Andrè, La domenica delle salme) e i postcomunisti dell’est, ‘liberati’dai rappresentanti del neoliberismo occidentale, davano vita a politiche sovraniste, nazionaliste, razziste e si dedicavano a erigere nuovi muri contro il popolo dolente dei migranti.
Ricorre quest’anno anche il centenario dell’assassinio di Rosa Luxemburg e davvero i socialisti tedeschi, insieme agli altri, con la loro adesione a questa risoluzione della vergogna hanno trovato il modo di ucciderla una seconda volta.
fonte: il Manifesto, 8 ottobre 2019